Intervista ai Post Nebbia: tra schermi televisivi e science-fiction

Post Nebbia è il progetto del giovane cantautore e produttore padovano Carlo Corbellini. Dopo l’uscita del disco d’esordio Prima Stagione (2018), la sua musica ha attirato l’attenzione della scena grazie a un affascinante approccio alla produzione e al caleidoscopio creato da testi introspettivi ed efficaci nella resa di immagini potenti. A distanza di due anni, anticipato da singoli e collaborazioni di spicco (Dutch Nazari, Golden Years), il 23 ottobre è uscito per Dischi Sotterranei e La Tempesta il primo vero e proprio album dei Post Nebbia. Canale Paesaggi racconta l’alienazione da sovraesposizione mediatica, con un focus sulle reazioni provocate dalla televisione e dai media digitali nella psicologia individuale. Lungo le nove tracce dell’LP, il concetto si accompagna ad arrangiamenti a metà fra il moderno indie-rock psichedelico ed escursioni in territori più black/hip-hop, sapientemente strutturati per dar vita a uno dei sound più interessanti dell’anno. Abbiamo fatto qualche domanda a Carlo Corbellini per saperne di più del suo rapporto con schermi e canali regionali, per parlare di science-fiction e dei dischi che hanno ispirato Canale Paesaggi.

L’evoluzione del progetto da Prima Stagione a Canale Paesaggi è udibile nelle tracce e visibile nei passi in avanti della band, ma come la racconteresti dal tuo punto di vista?
Nell’arco di questi due anni sono successe così tante cose che è difficile sintetizzarle a dovere. Prima Stagione è un disco nato in una situazione in cui nessuno sapeva a cosa stessi lavorando: visto che, al di là dei miei amici, nessuno sapeva dell’esistenza dei Post Nebbia, quel disco è nato proprio per necessità, è stato fatto in casa nel modo più spontaneo possibile. Nonostante i suoi limiti, l’elemento che ha permesso che Prima Stagione arrivasse alle persone è di sicuro l’intenzione di fondo, al di là anche dei mezzi a mia disposizione per rendere a pieno quell’intenzione. Il seguito di quel disco sono stati i primi live, le prime attenzioni, l’incontro con Dischi Sotterranei e quella che è diventata l’identità dei Post Nebbia. Nel nuovo disco penso di essere riuscito a rendere diverse cose meglio: in Canale Paesaggi ho sentito di avere più controllo sul risultato finale, per il fatto di averci passato più tempo, di averci investito più attenzione e dedizione. Prima Stagione fatico un po’ ad ascoltarlo adesso: ho la sensazione che se potessi fare ogni cosa, ogni dettaglio di quel disco oggi, li farei diversamente.

Canale Paesaggi è un concept album che racconta l’alienazione da sovraesposizione mediatica, un tema tanto percepito quanto taciuto dai più, o perlomeno segretamente assecondato. Credi sia questa la croce sociale dei nostri anni?
Di croci sociali ce ne sono tante in realtà! Credo che si tratti di una condizione che tutti quanti viviamo, e l’esperienza umana di quest’ultimo anno, tra isolamento e lockdown, non ha fatto che acuire questa “croce”. Ad essere sincero, non ho iniziato a scrivere questi brani con uno sguardo critico o con un intento polemico nei confronti della televisione, ma le mie principali fonti di ispirazione hanno adottato questo atteggiamento: i libri che ho letto, ad esempio, partono dall’analisi dell’egemonia del medium televisivo sulla vita delle persone. La mia paura, che in un certo senso si è avverata, era che questo disco venisse recepito come una polemica nei confronti dei media. Ogni tanto la curiosità mi spinge su Genius per vedere come vengono interpretati i miei testi, e leggo sempre commenti sulla “la società”, ma è un’implicazione che sinceramente non era nella mia intenzione. È più un disco introspettivo, che affronta la questione da un punto di vista soggettivo senza la pretesa che questo approccio sia comune a tutte le persone. È un disco solitario, claustrofobico, e proprio per questa caratteristica ha dei limiti nell’essere politico.

Ne La mia bolla canti: “sto scegliendo i miei mezzi d’informazione per confermare quello che so già”, in riferimento al fenomeno delle echo-chamber: come definiresti la contemporanea attitudine all’informazione nelle generazioni più giovani ed esposte?
In un modo o nell’altro, noi siamo dipendenti da dei mezzi che acuiscono i nostri pregiudizi. Considera l’esempio dell’algoritmo taste engine, che pre-seleziona contenuti che possono piacerti sulla base delle tue ricerche preferite: questo sistema può funzionare su Spotify o YouTube, ma diventa estremamente pericoloso quando applicato ai metodi di accesso all’informazione. Se degli algoritmi che tendono in qualche modo a “chiudere lo spazio” decidono come l’individuo riceve informazioni dal mondo esterno, è un vero problema ed è il modo in cui riceviamo le informazioni oggi. La mia bolla ruota attorno a un atteggiamento di rinuncia triste, ma accettata, nei confronti di un mondo che ci viene oggi presentato sempre al netto del compromesso con i nostri pregiudizi, con le nostre pre-impostazioni “di fabbrica”. Credo che questo sia uno dei testi più rassegnati che io abbia mai scritto, ma è accompagnato da una strumentale fluida e spensierata, felice: l’effetto che vuole suscitare si gioca su questo contrasto.

“Progettando una piccola trappola per il me di domani mattina, e gli tolgo due ore di sonno guardando la quinta puntata di fila”. Qui e altrove si incontrano i temi della scissione dell’io e del consumo forsennato di contenuti: significa che una sorta di crisi identitaria è necessaria conseguenza di questa ingordigia digitale?
Questa è un’implicazione critica che non ho mai considerato. Personalmente credo sia più un’auto-analisi sul mio essere un disperato procrastinatore. Quando sei chiuso in casa nello stesso infinito loop di cose, tutti i giorni, vivi il momento senza considerare una dimensione temporale articolata nella quale organizzare impegni, buttar giù una scaletta e infine avere un obiettivo nelle attività quotidiane ha un senso. Finisci per essere scollegato perfino da quello che tu stesso devi fare “domani mattina”, che per la tua vita è utile e necessario portare avanti. Questo è un po’ il significato della frase che hai citato, ma quello che hai notato tu è vero: l’immersione e sconnessione totali date da contenuti che ti ipnotizzano, come una serie Netflix, fanno si che in quel momento tu esisti in funzione di quella cosa, e non di te stesso e dei tuoi impegni.

Ma esiste, in ultima analisi, un conflitto tra questi due “io”?
Sì, c’è sicuramente una dimensione di conflittualità. In ogni dipendenza grave, esiste sempre una forma di auto-sabotaggio: introducendo una nuova necessità per il tuo organismo e per la tua vita, in un modo o nell’altro sacrifichi il resto per poter garantire quell’oggetto di necessità. Esiste quindi una scissione, ma non credo si tratti di doppia personalità, quanto del consapevole sacrificio di una parte di sé per lasciare spazio alla dipendenza, alla necessità: abbandonare il sé facente parte integrante e funzionale della società e abbracciare il sé fruitore forsennato di contenuti pop.

Tutta questa varietà non mi fa più pensare” (Streaming), come nemmeno la “costante stimolazione” che porta perfino a “vuoti di memoria” e a uno “stato confusionale” in Nuoto sincronizzato: che cosa porta, nei media e nel mondo digitale, a non riconoscere più i confini tra realtà e finzione?
Ricollegandomi ai testi che hai citato, l’enorme varietà e la sovraesposizione sono le due principali differenze tra lo streaming e il broadcasting, la televisione: la fine dell’era in cui qualcun altro decide ciò che tu guardi amplia la libertà individuale, ma pone anche di fronte alla drammatica necessità di scegliere, in cui si finisce per essere persi in un mare di alternative. Questo porta a una minor attenzione al momento della fruizione, perché si ha costantemente in mente la varietà e quelle possibili alternative. Davanti alla televisione invece ci si accontenta del contenuto più affine ai propri gusti, ma non si sceglie mai davvero. Ad essere sincero, non saprei come connettere la sconnessione dalla realtà a questo concetto, ma la riconosco sempre in alcuni programmi dei canali regionali, quelli sui cartomanti e cose del genere: quando la televisione fa così schifo da riuscire ad auto-indicarsi come qualcosa di trascendente, spirituale.

Che sia davanti a Telemarket (Televendite di quadri), a pubblicità di macchine e profumi (Luminosità alta) o a una gara di nuoto sincronizzato, l’occhio di chi dice “io” nelle canzoni è incollato allo schermo, ipnotizzato, come anche nella copertina del disco. Che cosa c’è di affascinante e magnetico nella dimensione fisica dello schermo?
Canale Paesaggi si articola intorno al tema semantico dello schermo: è quella l’interfaccia, il dispositivo con cui tu, spettatore, ti relazioni. Credo che il fascino di questo oggetto stia nel fatto che offra costantemente espedienti di scrittura che hanno sempre a che fare con il paranormale – il fatto di comunicare con qualcosa che in realtà non esiste fisicamente, ma che viene riprodotto da un oggetto fisico. Comunicare con oggetti solo proiettati, e quindi non materialmente presenti, ti spinge a chiederti se anche tu non sei soltanto una proiezione: in Televendite di quadri, chi canta vede se stesso in vendita su Telemarket, non percepisce più la separazione tra se stesso e gli oggetti in vendita.

È possibile rompere l’incantesimo? Se sì, come?
Beh, spegni la televisione e vai a fumarti una sigaretta!

L’atmosfera dipinta dai testi e dalle strumentali, specialmente nella scelta dei suoni di synth, evoca un immaginario da science fiction a tratti destabilizzante. Hai per caso letto romanzi di Huxley o visto film di Kubrick, tra una televendita e l’altra?
Sì, ho visto alcuni film di Kubrick e ho letto 2001: Odissea nello spazio di Clarke, ma credo che l’influenza science-fiction che noti tu, sia nei testi sia nelle strumentali, derivi dal fatto che ho davvero consumato Tranquillity Base Hotel & Casino degli Arctic Monkeys. Quel disco mi ha aperto davvero tantissime prospettive sulle sonorità di quegli anni e sulle scelte di produzione che volevo raggiungere – come quell’eco sulla voce che suona davvero perfetto. Credo sia un album odiato dalle persone che lo odiano per le stesse ragioni per cui è amato da chi lo ama: il suo difetto e il suo punto di forza è il suo essere altamente pretenzioso, un ego-trip chiuso in se stesso, un disco che è esattamente quello che vuole essere. A me è piaciuto un casino e ha davvero segnato il destino di Canale Paesaggi: stavo virando verso direzioni più black/hip-hop, tipo D’Angelo, ma dopo aver ascoltato quell’album mi sono riavvicinato a un certo tipo di rock. Quell’atmosfera da science-fiction c’è nel finale di Nuoto Sincronizzato, dove raggi laser, sintetizzatori ed effetti sonori ricreano proprio quell’ambiente un po’ seventies, un po’ retro-futuristico.

La produzione del disco, interamente a tua cura, combina suoni dal sapore vintage a elementi moderni, soprattutto nella sezione ritmica, ma anche distorte e metalliche voci televisive di “persone di vetro”. Quali sono state le tue principali ispirazioni musicali durante la scrittura e la produzione?
Direi che le principali fonti di ispirazione sono state la Library music, le colonne sonore dei film polizieschi anni Settanta, tutto quel mondo da cui hanno attinto i Calibro 35: Piero Umiliani, Piero Piccioni e quelle musiche “funkettone” da inseguimento in macchina. Parlando di dischi, sicuramente Feelings (1974) di Stefano Torossi: a dire il vero non ricordo se l’ho scoperto prima o dopo aver lavorato Canale Paesaggi, ma il vibe e il mood sono quelli della corrente di gente che produceva colonne sonore in quegli anni. Ho ascoltato anche tantissimo hip-hop, principalmente Madlib e tanti progetti vicini a questo, oltre a Kendrick Lamar e in generale a quella wave un po’ jazz di hip-hop.

Il progetto merita di spiccare il volo e la strada è decisamente quella giusta, nel team di Dischi Sotterranei e de La Tempesta. Vi abbiamo già visti in qualche concerto in streaming, cos’altro c’è da aspettarsi per il futuro?
Sinceramente non lo so, devo ancora capirlo anch’io. Sto cercando di buttarmi sulla produzione, anche per scoprire che cosa imparerò da un approccio di quel tipo. Questo ultimo disco mi ha abbastanza svuotato a livello di idee e ispirazioni, quindi vorrei aspettare un po’ prima di rimettermi al lavoro a tempo pieno per un nuovo disco dei Post Nebbia, anche se in questi giorni mi sta già venendo voglia di iniziare… ci saranno sicuramente cose nuove, solo non so ancora quando. Ho capito che ho bisogno di una direzione chiara quando lavoro a un disco, non riesco a lavorare nel buio: sto ancora cercando di capire cosa voglio inseguire. Parlando di band e di live, stiamo avendo l’occasione di fare qualche concerto in streaming, prossimamente ce ne sarà uno al Bronson di Ravenna. Ovviamente cerchiamo di prendere al volo qualsiasi cosa si possa fare in questi tempi: quando i concerti dal vivo ripartiranno, ci saremo al cento per cento!

Riccardo Colombo

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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b. persone autorizzate da 1977 al trattamento dei Dati Personali che si siano impegnate alla riservatezza o abbiano un adeguato obbligo legale di riservatezza, quali dipendenti e collaboratori (a. e b. sono, collettivamente, definiti i “Destinatari”);
c. autorità giurisdizionali nell’esercizio delle loro funzioni quando richiesto dalla Normativa Applicabile.

5. Trasferimenti.

1977 assicura che il trattamento elettronico e cartaceo dei tuoi Dati Personali avviene nel rispetto della Normativa Applicabile. Eventuali trasferimenti si baseranno alternativamente su una decisione di adeguatezza o sulle Standard Model Clauses approvate dalla Commissione Europea. 

6. Conservazione dei dati.

1977 tratterà i tuoi Dati Personali per il tempo strettamente necessario a raggiungere gli scopi indicati al punto 3. 
1977 in ogni caso, tratterà i tuoi Dati Personali fino al tempo permesso dalla legge Italiana a tutela dei propri interessi (Art. 2947(1)(3) Codice Civile). 

7. I tuoi diritti.

Nei limiti della Normativa Applicabile, hai il diritto di chiedere a 1977 in qualunque momento, l’accesso ai tuoi Dati Personali, la rettifica o la cancellazione degli stessi o di opporti al loro trattamento, la limitazione del trattamento nonché di ottenere in un formato strutturato, di uso comune e leggibile da dispositivo automatico i dati che ti riguardano.
Le richieste vanno rivolte via e-mail all’indirizzo: info@1977magazine.com 
Ai sensi della Normativa Applicabile, hai in ogni caso il diritto di proporre reclamo all’autorità di controllo competente (i.e. “Garante per la Protezione dei Dati Personali”) qualora ritenessi che il trattamento dei tuoi Dati Personali sia contrario alla normativa vigente.

8. Modifiche.

La presente Privacy Policy è in vigore dal giorno 25 maggio 2018. 
1977 si riserva di modificarne o semplicemente aggiornarne il contenuto, in parte o completamente, anche a causa di variazioni della Normativa Applicabile. 
1977 ti informerà di tali variazioni non appena verranno introdotte e saranno vincolanti non appena pubblicate sul Sito.
1977 ti invita, quindi, a visitare con regolarità questa sezione per prendere cognizione della più recente ed aggiornata versione della Privacy Policy in modo che tu sia sempre aggiornato sui dati raccolti e sull’uso che ne fa 1977.