Il cantautorato di Lucio Corsi è un posto senza tempo in cui perdersi

È libero, è visionario e ha talento. Le parole sono la sua carta vincente, tanto che la sua vena poetica non è sfuggita al leader dei Baustelle Francesco Bianconi, amante del cantautorato e dell’utilizzo creativo della lingua italiana. Stiamo parlando di Lucio Corsi, che Bianconi ha voluto portare con sé nel tour teatrale dei Baustelle per aprire i loro concerti. Incuriositi da questa collaborazione e dall’uscita del suo nuovo lavoro, Bestiario Musicale, abbiamo deciso di scambiare quattro chiacchiere con il musicista toscano.

Nei tuoi EP, e in particolare nel tuo ultimo lavoro, è sempre presente un riferimento al mondo animale. Nello stesso cantautorato italiano esiste una lunga tradizione di riferimenti “animaleschi” (fra i tanti si pensi a Maledetto Gatto di Battisti ed Escluso il cane di Rino Gaetano). Come mai hai scelto di inserirti in questo filone e, al contempo, in che modo pensi di differenziartene? Che cosa ha influenzato la scelta di questi soggetti per le tue canzoni?
Penso a Il Merlo di Piero Ciampi, ma ce ne sono molte altre. Nel mio Bestiario Musicale mi sono rapportato agli animali in modo più serio rispetto agli EP precedenti: ho voluto approfondire questo argomento perché mi è molto caro, visto che sono nato e cresciuto in un luogo (la Maremma) dove gli animali sono sempre stati presenti e importanti. Nella canzone italiana spesso si è parlato di animali all’interno di brani per bambini, ed è una cosa differente rispetto alle canzoni del bestiario. Inoltre, i protagonisti di questo disco sono gli animali selvatici, quelli che girano nella notte, e i loro antichi poteri.

Quanto della tua infanzia senti di aver riversato nelle canzoni di Bestiario musicale? E qual è l’animale del Bestiario a cui ti senti più legato?
Non solo la mia infanzia è finita nel disco. Come sempre, quando si scrivono le canzoni, si attinge a tutte le esperienze vissute. Probabilmente è l’upupa l’animale del disco che più mi affascina. È anche il più importante: viene definito come il volatile più saggio della foresta (accade nel poema persiano Il Verbo degli Uccelli, dove l’upupa parla agli altri uccelli del bosco spiegandogli la strada da percorrere per trovare una divinità).

Sapendo della tua grande passione per la musica glam rock anni ‘70, come mai non emerge in modo diretto ed evidente nei tuoi lavori?
Non tutte le passioni devono per forza emergere in modo chiaro all’interno di un percorso musicale, sarebbe forzato. Cerco di trovare una mia sonorità. Col tempo, magari, mi avvicinerò anche a quel tipo di musica, che tra l’altro è stata molto varia dal punto di vista sonoro. Non c’è una regola che definisca il glam rock degli anni ’70; all’interno di questo genere venivano collocati artisti come Lou Reed, ma anche i T. Rex e Elton John. Era una cosa molto libera, musicalmente parlando.

L’EP Vetulonia Dakar parla del tuo rapporto con Milano e della distanza dalla campagna Toscana. La scelta di fare dell’ambiente naturale il protagonista assoluto delle tue canzoni nasce come risposta a una vita in una metropoli in cui non ti identifichi?
Certamente la città mi ha portato a scrivere della campagna, ma non solo. Ero stufo di sentire affrontati gli stessi argomenti nelle canzoni, e sempre con le stesse parole. È una noia mortale. Nel songwriting (come in qualsiasi altra forma d’espressione) la cosa più bella e forte è la totale libertà. Ho sentito in me la necessità di parlare di qualcosa di fantastico, e cosa c’è di più fantastico degli animali? Nulla.

Sappiamo che, a partire dalla data di Firenze, sarai tu ad aprire i Baustelle durante il tour teatrale del loro nuovo album L’amore e la violenza. Quando e come ti si è presentata questa occasione? Che rapporto hai con le sonorità, l’approccio e i testi dei Baustelle?
Sono molto felice di poter aprire le date del tour teatrale dei Baustelle, poiché sono uno dei gruppi che più stimo, oltre a Bobo Rondelli e Flavio Giurato. Li ho conosciuti qualche anno fa, quando pubblicai Altalena Boy – ho anche avuto il piacere di cantarlo con Francesco Bianconi in un concerto a Castiglione della Pescaia –, e quando mi hanno proposto di aprire il loro tour mi sono sentito davvero felice. Poi suoneremo nei teatri, sarà bellissimo!

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Vorrei far uscire un nuovo album tra non molto, ho già pronte le canzoni, così da potermi soffermare su un ulteriore disco che sto pensando e preparando già da un po’ di tempo. Per me è importantissimo portarmi avanti e scrivere il più possibile, in modo tale da avere sempre un piano. Poi mi diverte molto fantasticare sui progetti futuri, penso sia l’unico metodo possibile per poter lavorare con la musica. Mio padre quando ero piccolo faceva l’artigiano, e se non avesse prodotto e costruito borse in cuoio, non le avrebbe potute vendere e non avrebbe potuto fare quel mestiere. Con la musica è uguale.

Benedetta Pini e Gaia Ponzoni

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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